Saturday, 17 July 1971

ANGELO GIACOMAZZI (versione italiana)

Il seguente articolo è una panoramica della carriera del pianista, compositore e arrangiatore italiano Angelo Giacomazzi. Le informazioni sono state raccolte da varie fonti, la più notevole delle quali una nostra intervista del 2021 fatta a Pino Donaggio, il quale lavorò intensamente con Giacomazzi nelle prime fasi della sua carriera. Una lista completa di fonti è indicata al fondo del presente testo. L’articolo è diviso in due parti principali: una panoramica generale della carriera (parte 3) e una parte dedicata al coinvolgimento di Angelo Giacomazzi nell’Eurofestival della Canzone (parte 4).

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Tutto il materiale sotto: © Bas Tukker / 2024-2025 / traduzione dall’inglese a cura di Robert Blinov (2026)


Contenuti
  1. Passaporto
  2. Breve resoconto dell’Eurofestival
  3. Biografia
  4. Eurofestival
  5. Altri artisti su Angelo Giacomazzi
  6. Coinvolgimento nell’Eurofestival anno per anno
  7. Fonti e link
PASSAPORTO

Nato: 21 dicembre 1907, Genova 
Morto: 30 aprile 1977, Milano
Nazionalità: Italiana

BREVE RESOCONTO DELL’EUROFESTIVAL

Angelo Giacomazzi era annunciato quale direttore d’orchestra per l’esibizione del brano che rappresentava l’Italia all’Eurofestival del 1966 a Lussemburgo: la canzone Dio, come ti amo di Domenico Modugno. Tuttavia, siccome Modugno fu insoddisfatto con l’orchestra durante le prove, Giacomazzi si ritrovò a suonare il pianoforte in un combo di tre musicisti italiani scelti da Modugno. Dio, come ti amo non ottenne nemmeno un punto, posizionandosi nella classifica all’ultimo posto a pari merito con altri.

BIOGRAFIA

Angelo Giacomazzi è originario di Genova. Purtroppo non si sa nulla circa la sua famiglia o la sua istruzione. Tenendo conto che moltissimi suoi contemporanei evidenziano quanto era preparato come musicista, è probabile che avesse studiato in un istituto musicale – l’opzione più ovvia essendo il Conservatorio Niccolò Paganini della sua città natale. In ogni caso, Angelo Giacomazzi non sembra di aver mai lavorato come un musicista classico; secondo le fonti disponibili ha iniziato la sua carriera come pianista nel circuito dei club genovesi, lavorando successivamente anche a Torino.

Nei suoi primi anni, Giacomazzi trovò impiego come pianista sui transatlantici della società di navigazione Lloyd Sabaudo, in particolare sul Conte Grande e sul Conte di Savoia, con i quali moltissimi italiani attraversano l’oceano Atlantico per trovare una vita migliore negli Stati Uniti. Più tardi, negli anni 1931-1933, Giacomazzi ritornò all’emisfero occidentale come pianista accompagnatore di un violinista italiano che stava facendo una tournée di concerti negli Stati Uniti e in vari paesi latinoamericani. I differenti viaggi senza dubbio impressionarono profondamente Giacomazzi: i titoli delle sue prime composizioni — Texas, Boogie, Colorado e California ne sono la prova. Il carattere di questi brani dimostra che il giovane Giacomazzi fu influenzato in generale da ritmi afroamericani e particolarmente dal jazz.

Dopo essere tornato in Italia, Angelo Giacomazzi si unì alla Louisiana Band di Piero Rizza, uno dei primi gruppi musicali italiani che aveva un idioma orientato verso il jazz all’americana — molto di più rispetto all’approccio “conservatore” del direttore di una delle band rivali di Rizza, Cinico Angelini, i cui ensemble includevano sempre gli strumenti ad arco. Rispetto a Rizza, gli arrangiamenti di Angelini erano più vicini alla tradizione melodica della musica italiana. Non è chiaro per quanto tempo Giacomazzi rimase il pianista della band di Rizza, e se contribuì al repertorio dell’ensemble con composizioni o arrangiamenti. A un certo punto, poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale oppure subito dopo, lasciò la band per formare il proprio complesso. In quell’epoca, potrebbe aver già vissuto e lavorato a Milano anziché in Liguria.

Giacomazzi seduto al pianoforte, anni '40

Nell’immediato dopoguerra, troviamo Angelo Giacomazzi già inserito nel mondo discografico. La prima registrazione con il suo nome è stata sul 78 giri Besame mucho del famoso cantante della radio Bruno Pallesi, pubblicato dalla società discografica milanese La Voce del Padrone. La copertina del disco spiega che Pallesi è accompagnato dal duo pianistico di Angelo Giacomazzi e Giampiero Boneschi. L’ultimo era molto più giovane di Angelo Giacomazzi; infatti aveva diciotto anni quando Besame mucho veniva inciso.

Interpellato riguardo al sua collaborazione con Angelo Giacomazzi in un’intervista quasi settanta (!) anni dopo, Boneschi (1927-2019) può essere perdonato per non averla potuta rammentare in dettaglio. Il 78 giri di Pallesi è infatti l’unico riferimento al duo pianistico Boneschi-Giacomazzi. I ricordi più vividi che Boneschi ha di Giacomazzi sono legati al loro lavoro come pianisti-bar nella movida milanese dello stesso periodo dopo la Seconda guerra mondiale: in estate i due musicisti più spesso s’incrociavano in bicicletta alle 3 del mattino di ritorno da qualche locale notturno milanese in cui separatamente avevano suonato. Si scambiavano qualche racconto, qualche battuta, prima di rientrare alle rispettive abitazioni.

Sembra che la principale fonte di guadagno di Giacomazzi sul finire degli anni ’40 fosse limitata al circuito milanese dove si presentava con la propria orchestra, per la quale scriveva gli arrangiamenti. In quegli anni, aveva anche scritto articoli sul suo lavoro di arrangiatore per la rivista Musica Jazz. Fra i colleghi, aveva la reputazione di essere fra i più veloci arrangiatori. Dalla enciclopedia musicale Garzanti, scritta nei primi anni ’50: «[Giacomazzi] è un lavoratore infaticabile e rapidissimo, capace, mentre suona in un dancing, di improvvisare un’orchestrazione tra un ballo e l’altro».

A parte accenni al suo lavoro nelle sale da ballo e nei night clubs di Milano, il suo nome si trova ogni tanto sulle copertine di vinili. Nel 1946 la sua composizione California, già citata, e una seconda composizione Old Times, furono registrate per la casa discografica Columbia dalla sua orchestra di musica leggera sotto la direzione di Dino Olivieri, in un arrangiamento à la Glenn Miller. Due anni dopo, troviamo traccia di una composizione fatta da Giacomazzi di una canzone tradizionale, È la prima volta, con testo di Giancarlo Testoni, incisa per un’altra casa discografica, la Fonit, dal cantante Natalino Otto, un ligure come Giacomazzi. Questa volta l’accompagnamento orchestrale è fornito da un ensemble diretto da Eros Sciorilli.

Una delle versioni della melodia di successo di Giacomazzi, 'The Italian Theme', di Cyril Stapleton e la sua orchestra

Nei primi anni ’50, dopo tre decenni di lavoro da libero professionista, avendo di molto superato i quarant’anni, Giacomazzi firmò un contratto diventando arrangiatore per le Edizioni Curci, una delle principali case editrici musicali italiane, con sede presso la Galleria del Corso nel centro di Milano. La sua attività iniziale in quei primi anni presso la casa editrice fu quella di scrivere una serie di arrangiamenti di noti standard jazz internazionali per piccola orchestra di sette-otto musicisti. Questi arrangiamenti, pubblicati da Curci con il titolo di Gemme del Jazz, ebbero un successo commerciale in un decennio durante il quale la musica dal vivo fu molto richiesta nelle sale da ballo e nei locali italiani, un fine settimana dietro l’altro.

Natale Massara, arrangiatore di una generazione più giovane, che esordì in questa veste nella seconda metà degli anni ’60, conosceva la reputazione di Giacomazzi in questo campo: «Quegli arrangiamenti live erano ciò in cui era estremamente bravo. Era ciò che gli aveva portato fama nel settore. Negli anni ’50, ogni casa editrice aveva un arrangiatore specializzato nella scrittura di orchestrine, cioè arrangiamenti per musica da ballo – una pratica che non esisteva più quando debuttai, mai che era stato per anni la principale attività di Giacomazzi. Sapeva meglio di chiunque altro come scrivere per diverse formazioni, conoscendo le capacità di ogni strumento en come usare gli impasti sonori – e tenendo sempre presente che quelle partiture dovevano essere ragionevolmente facili da eseguire. Erano pensate per essere inserite nel repertorio anche di orchestre semi-professionali e amatoriali. Gli arrangiamenti semplici e accessibili vendevano più copie».

Oltre ai suoi arrangiamenti, Giacomazzi fornì alle Edizioni Curci sue composizioni strumentali, da orchestra jazz e un repertorio di musica da ballo. Nel 1956, ha pure composto un successo internazionale: un grazioso foxtrot da lui scritto varcò i confini venendo inciso come The Italian Theme da vari chef d’orchestra in diversi paesi, fra i quali Cyril Stapleton nel Regno Unito e Joe Reisman negli Stati Uniti. Un anno dopo, il cantante francese Bob Martin ne registrò una versione col titolo En flânant sur les Champs-Elysées, mentre il crooner austriaco Peter Alexander lo aggiunse nel 1958 al suo repertorio con il titolo Auf der Piazza von Milano. Nello stesso anno la cantante canadese Dorothy Collins ne pubblicò una versione inglese.

Nel corso degli anni ’50, fu pubblicata una grande quantità di dischi di cantanti diventati famosi grazie alle loro esibizioni radiofoniche, in particolare nel Festival di Sanremo e in altri concorsi musicali che divennero il motore della musica popolare italiana in quegli anni. In aggiunta al suo impiego regolare presso le Edizioni Curci, Angelo Giacomazzi poté operare al di fuori di esse come arrangiatore di dischi, accettando da libero professionista delle commissioni da altre case discografiche, soprattutto La Voce del Padrone e Columbia. Nella seconda metà degli anni ’50, scrisse partiture per canzoni incise da Jula De Palma, Sergio Bruni e altri. Nel 1959 Giacomazzi arrangiò due brani del giovane cantante jazz Nicola Arigliano.

Giacomazzi negli anni '50

Il chitarrista Franco Cerri (1926-2021) lavorava spesso con Angelo Giacomazzi negli studi di registrazione. Cerri ammirava profondamente la professionalità di Giacomazzi. «Scriveva molto bene, era ben nota la sua velocità ed era amico di tutti». Cerri ricorda che Giacomazzi era molto amico di Gorni Kramer, un compositore e direttore d’orchestra della stessa generazione. Avevano gli uffici a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Quando Giacomazzi venne a sapere che anche il molto più giovane Cerri si era cimentato nella composizione, se ne diventò subito curioso: «Mi chiese di fargli vedere gli spartiti: gli faceva piacere capire cosa e come scrivevamo noi giovani jazzisti, specialmente io che avevo fama di essere autodidatta. Fu sempre molto gentile nel caldeggiare i miei lavori»

Questa testimonianza di Franco Cerri risponde almeno in parte alla domanda su come Giacomazzi riuscì a mantenere una carriera di arrangiatore per così tanto tempo. Se egli non fosse stato interessato alle innovazioni della musica leggera, sarebbe senza dubbio sprofondato nell’oblio in quanto musicista di una generazione precedente. Invece, ha sempre cercato di aggiornarsi sugli sviluppi contemporanei nel settore, in modo da camminare pari passo coi tempi anche in età avanzata negli anni ’70 — un’impresa davvero notevole, considerando che non molte professioni erano così soggette alle mode del momento come gli arrangiatori in àmbito discografico.

Risale al 1958 il primo documentato coinvolgimento di Giacomazzi con il Festival di Sanremo: scrisse gli arrangiamenti orchestrali per le due canzoni con cui Cristina Jorio partecipò al concorso: Mille volte e Io sono te. Jorio eseguì i suoi brani accompagnata dal sestetto di Alberto Semprini. È probabile che Giacomazzi scrisse altri arrangiamenti per la band di Semprini, la quale fu coinvolta in quattro edizioni del Festival fra il 1954 e il 1958, ma poiché la maggioranza delle partiture discografiche di quell’epoca non veniva accreditata, non abbiamo dati precisi.

Proprio nel 1959, seguendo l’esempio della casa editrice concorrente Ricordi e di altre, Edizioni Curci fece un grande passo e fondò la propria casa discografica. Questa scelta doveva essere parzialmente motivata dal successo di Domenico Modugno, cantautore che vinse il Festival di Sanremo negli anni 1958 e 1959 con due canzoni che poi ebbero successo mondiale: Nel blu, dipinto di blu (in seguito meglio conosciuta con la prima parola del ritornello, Volare) e Piove. Modugno fu scoperto da Giuseppe Gramitto Ricci, uno dei membri dello staff di Edizioni Curci che diventò il suo manager. Tutte le creazioni di Modugno vennero pubblicate su spartito dalle Edizioni Curci, ma la distribuzione dei dischi singoli doveva essere affidata a una casa discografica — una grave perdita di guadagno, che Gramitto Ricci voleva evitare in futuro. Negli anni ’60 la Curci si affermò rapidamente come una delle principali case discografiche italiane.

Il primo coinvolgimento comprovato di Angelo Giacomazzi nel Festival di Sanremo risale al 1958 con Cristina Jorio e le sue due partecipazioni a quell’edizione del concorso, 'Mille volte' e 'Io sono te'

Inutile dire che, nella sua veste di arrangiatore, Angelo Giacomazzi ha avuto un enorme ruolo nella produzione di Curci e delle sue sotto-etichette Accordo e Carosello, creando innumerevoli arrangiamenti e registrandoli con orchestre da studio milanesi. Poiché la richiesta per le orchestrazioni dal vivo ad uso delle orchestrine da sala da ballo diminuiva rapidamente nei primi anni ’60, il centro di gravità delle attività di Giacomazzi si spostò verso l’arrangiamento per il mercato discografico.

Nella prima metà degli anni ’60, Giacomazzi scrisse arrangiamenti per Narciso Parigi, Enzo Jannacci e Salvatore Adamo. Inoltre nel 1961 Luciano Virgili si è classificato secondo al concorso Canzonissima, usando l’arrangiamento di Giacomazzi per Tempesta, canzone scritta da Giovanni D’Anzi, un altro compositore legato alle Edizioni Curci.

Pino Donaggio, cantautore esordiente veneziano, studente di violino al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, è stato un altro artista che ha beneficiato di Giacomazzi e dei suoi arrangiamenti. Promosso dalla Curci alla fine degli anni ’50, Donaggio ebbe il suo successo al Festival di Sanremo del 1961 con Come sinfonia, una melodia romantica che tradiva le sue origini di studente di musica classica.

Donaggio ricorda così il suo primo incontro con Angelo Giacomazzi: «Questo dovrebbe essere stato nel 1959, quando io fui invitato a fare un provino per le Edizioni Curci. Lì mi sono trovato di fronte ad un gruppo di persone, fra i quali Giuseppe Gramitto Ricci, Giovanni D’Anzi e Angelo Giacomazzi. Loro ascoltarono mentre io presentai due delle mie canzoni, Mia Laura e Ho paura. Penso siano piaciute visto che fui scritturato dalla Curci».

Nonostante un contratto con la Curci che era l’editore delle sue composizioni, Pino Donaggio firmò un contratto discografico con Columbia – e in tal modo le due canzoni menzionate da Donaggio furono pubblicate da Columbia, con le orchestrazioni curate dall’arrangiatore e direttore d’orchestra di quella compagnia, Pino Calvi. Negli anni successivi Donaggio registrò anche gli arrangiamenti di Giacomazzi, in particolare nell’album Recital del 1961, che includeva il suo successo sanremese Come sinfonia.


«Quando ho ideato Come sinfonia, alla Curci è stata presa la decisione di presentarla al Festival di Sanremo», ricorda Donaggio. «Loro pensavano fosse una canzone carina e adatta al Festival. Non era la prima volta che lavoravo con Giacomazzi, perché anche quando gli arrangiamenti venivano fatti da altri, lui era lì a provare le canzoni con me. Era il factotum musicale della Curci, intervenendo ogni volta che ce n’era bisogno. A lui venivano affidati giovani cantanti per imparare dalla sua esperienza. Era senz’altro molto più vecchio di me, ma io lo ricordo come un uomo semplicemente meraviglioso, davvero una persona incredibile. Gli piaceva lavorare con i giovani. La differenza d’età non era d’alcuna importanza. Era tutto molto naturale e diretto».

«Dato che ero un cantautore e uno studente di musica classica», prosegue Donaggio, «potevo trasmettere a lui le mie idee per gli arrangiamenti. Quando componevo una canzone, avevo già un’idea generale di come volevo che suonasse. Ad esempio, ho discusso con lui cosa avevo in mente per l’introduzione. La cosa bella di Giacomazzi era che non ha mai cercato di imporre il suo stile sulla mia musica. Le sue preferenze erano verso il jazz, mentre la mia musica non aveva influenze jazz, e Giacomazzi lo capiva. Lui semplicemente prendeva in considerazione le mie idee e poi scriveva l’arrangiamento partendo da lì. A quel punto prendeva il sopravvento la sua enorme esperienza come autore per orchestre dal vivo. Sapeva come far suonare bene un brano, non solo in studio di registrazione, ma anche dal vivo sul palco di un teatro. Affrontare un festival trasmesso alla radio e alla televisione è tutt’altra cosa che una sessione in studio! In questo senso, non posso che ammirare la sua competenza e il suo know-how. Sì, Giacomazzi era davvero un bravo maestro».

Al Festival di Sanremo del 1961, Come sinfonia fu interpretata da Pino Donaggio con l’accompagnamento dell’orchestra di Gianfranco Intra. Infatti in quegli anni venivano solitamente scelti due chef d’orchestra come direttori musicali del concorso, e soltanto dal 1964 ogni artista poté scegliere il proprio direttore d’orchestra. Nonostante ciò, Giacomazzi venne comunque a Sanremo, come rammenta Donaggio. «Era lì per assistere alle prove, per verificare se l’arrangiamento suonava bene. Giacomazzi era di casa a Sanremo — egli viveva e lavorava a Milano, ma aveva qui una seconda abitazione, una casa davvero bella poco lontano dal casinò, sede del festival».

Nel 1961, oltre a Come sinfonia, Giacomazzi fu richiesto come arrangiatore per altri due brani in gara a Sanremo, entrambi interpretati da Sergio Bruni. Negli anni seguenti, continuò ad essere un autore abituale di arrangiamenti per il Festival, scrivendo le partiture di brani interpretati da Narciso Parigi, Sergio Bruni e altre due di Pino Donaggio, Giovane, giovane (1963) e Motivo d’amore (1964).

Oltre al suo lavoro come arrangiatore, Giacomazzi fu coinvolto nel Festival di Sanremo 1963 come membro del Comitato di selezione, presieduto dal regista e attore Vittorio De Sica. Tale comitato dovette scegliere i venti partecipanti alla gara di quell’anno.

Disegno di Walter Molino della commissione di selezione di Sanremo 1963, presieduta dal regista e attore Victor De Sica (in piedi, cravatta rossa) – con Angelo Giacomazzi sul lato sinistro (figura sorridente dai capelli bianchi). Prima pagina dell'edizione domenicale del quotidiano italiano Corriere della Sera

Sebbene arrangiare dischi fosse ormai diventata l’attività principale di Giacomazzi, egli non si limitò mai ad un solo campo artistico. Nel 1961, quando l’artista di punta della Curci, Domenico Modugno, musicò la commedia intitolata Rinaldo in campo, nella quale ebbe peraltro il ruolo principale, Giacomazzi fu chiamato a scrivere tutti gli arrangiamenti. Nel 1962, Giacomazzi collaborò con Giovanni D’Anzi, collega nell’azienda Curci, per scrivere la colonna sonora del film Il medico delle donne di Marino Girolami, con il protagonista interpretato da Gino Bramieri. È possibile che D’Anzi, un compositore cinematografico con molta esperienza, si fosse trovato sotto pressione per finire in tempo la partitura, e avesse chiesto a Giacomazzi di aiutarlo per rispettare la scadenza.

Il pianista e arrangiatore Giampiero Boneschi sapeva che Giacomazzi era la persona ideale in grado di dare una mano in simili situazioni. Oltre ad essere «una “persona squisita”, […] si trattava di un musicista tuttofare e di uno stakanovista dell’arrangiamento»; il maestro ligure era l’uomo per risolvere situazioni dell’ultimo minuto, oltre che un serio professionista al quale commissionare lavori orchestrali a scopo discografico.

A metà degli anni ’60, con l’unico altro collega arrangiatore di dischi della sua stessa generazione, Cinico Angelini, ritiratosi dall’attività, Angelo Giacomazzi era senz’altro l’arrangiatore più anziano nel settore della musica pop in Italia, ma, nonostante ciò, sembrava la sua produttività aumentasse anziché rallentare. Nel 1966 contribuì alla vittoria di Sergio Bruni al Festival della Canzone Napoletana, arrangiando e dirigendo la sua canzone Bella. Inoltre, scrisse partiture per artisti del calibro di Robertino, Renato Rascel e persino per l’assoluta superstar Mina. Nel 1967, Giacomazzi collaborò nuovamente con Domenico Modugno per incidere nuove versioni di alcuni suoi vecchi successi, fra i quali Volare e Piove.

Nello stesso anno Giacomazzi finalmente fece il suo debutto come direttore d’orchestra al Festival di Sanremo, dirigendo i suoi stessi arrangiamenti dei brani Sopra i tetti azzurri del mio pazzo amore di Domenico Modugno e Dove credi di andare? di Memo Remigi. Solo quest’ultima si è qualificata per la finale. Due anni dopo, quando Remigi partecipò al Festival per la seconda volta, la sua interpretazione di Una famiglia fu diretta ancora da Giacomazzi.

Giacomazzi scrisse l'orchestrazione originale di 'La vita (This Is My Life)' e di altre cinque canzoni italiane registrate da Shirley Bassey nei primi mesi del 1968

Memo Remigi, cantautore milanese, lavorò molto con Giacomazzi in quegli anni. Al pari di altri anch’egli ricorda come Giacomazzi lavorasse a più dischi contemporaneamente, apparentemente senza sforzo e quasi inconsciamente. Inoltre Remigi ha ricordi nitidi dell’aspetto esteriore del Maestro: «Sembrava un folletto! Era piuttosto basso di statura, con un’espressione del viso ravvivata da due folte sopracciglia nere in contrasto con i suoi candidi capelli. Quando dirigeva non usava la bacchetta, e la movenza delle sue piccole braccia me lo facevano apparire come un angioletto».

Sempre nel 1968 Giacomazzi diresse l’orchestra del festival per l’interpretazione di La vita di Elio Gandolfi — una canzone composta e arrangiata dal noto maestro televisivo Bruno Canfora. Come si usava in quegli anni, ogni canzone veniva eseguita sul palco di Sanremo in due versioni diverse. Una serie di artisti internazionali di alto profilo furono invitati a prendere parte al Festival del 1968, e la seconda versione de La vita fu interpretata nientemeno che dalla cantante britannica Shirley Bassey. Però, pur essendo questa versione arrangiata da Angelo Giacomazzi, la Bassey fu accompagnata da un direttore d’orchestra britannico, Brian Fahey, poiché, comprensibilmente, le permetteva di esprimergli i propri desideri nella propria lingua. Oltre a La vita, Giacomazzi curò quell’anno l’incisione di altri cinque brani con Shirley Bassey in uno studio di registrazione milanese.

Tornata in Inghilterra, Shirley Bassey pubblicò anche una versione in lingua inglese, This Is My Life, in un arrangiamento scritto da Johnny Harris, che risultava quasi identico a quello originale di Giacomazzi. La canzone era destinata a diventare una delle più popolari del suo repertorio e, dieci anni dopo, la melodia ebbe una seconda vita quando la registrò di nuovo con un accattivante arrangiamento del produttore americano Nick DeCaro.

Sorprendentemente, Giacomazzi diresse solo quattro brani in tre edizioni del Festival di Sanremo (1967-1969), sebbene abbia firmato con il suo nome molti altri arrangiamenti per il concorso. Durante la ricerca, abbiamo trovato altri sette arrangiamenti di Giacomazzi che furono presentati sul palco di Sanremo tra il 1969 e il 1974, tra gli altri, da Robertino, dalla debuttante Carla Bissi (che poi assunse il nome d’arte Alice), e da Domenico Modugno. Tuttavia, per tutti questi brani furono scelti altri direttori d’orchestra: musicisti più giovani, come Mario Magenta, Aldo Buonocore, Tony De Vita e il promettente compositore cinematografico Franco Micalizzi.

Il maestro dirigendo l'orchestra per l'interpretazione di Elio Gandolfi de 'La vita' al Festival di Sanremo del 1968

Tra gli artisti presenti c’era Pino Donaggio, che partecipò alle edizioni di Sanremo del 1970, 1971 e 1972, con brani arrangiati da Giacomazzi, ma diretti da altri. Donaggio spiega: «Tenete in mente che Giacomazzi era un impiegato alle Edizioni Curci. La decisione finale su chi avrebbe diretto una canzone al Festival spettava al consiglio direttivo di Curci. Ormai Giacomazzi era un po’ più anziano, ed era un uomo basso che francamente non stava molto bene in televisione. In termini di aspetto, non è stato un Brad Pitt a salire sul palco del direttore d’orchestra, se capisci cosa intendo! Ecco perché a volte sceglievano un musicista più giovane per fare il direttore al posto suo».

«Così la direzione di Curci decideva quali canzoni dare a quali arrangiatori», prosegue Donaggio. «Giacomazzi sedeva alla sua scrivania alla Curci ogni giorno, dalle nove alle cinque, e scriveva musica, ma ovviamente non poteva scrivere tutto. Dunque invitarono dei liberi professionisti ad assumersi parte del carico del lavoro. È successo anche alle mie canzoni, anche se nel mio caso ho deciso personalmente a chi chiedere di sostituirmi. In particolare ho lavorato con Giampiero Reverberi e Giulio Libano. Non ho mai notato che Giacomazzi fosse scontento del fatto che altri dirigessero i suoi arrangiamenti a Sanremo. Avendo lavorato con lui per così tanto tempo, ho avuto modo di conoscerlo piuttosto bene e sono abbastanza sicuro che davvero non abbia mai desiderato di essere al centro della scena. La sua passione era quella di creare musica, scrivere arrangiamenti, e nient’altro. Basta! Era un uomo modesto che scrollava le spalle e andava avanti con la vita».

Anche se Giacomazzi non appariva quasi mai sul podio direttoriale di Sanremo, molti suoi colleghi lo consideravano il massimo conoscitore del modo in cui un’orchestrazione dovrebbe suonare dal vivo, come ricorda Natale Massara: «Ricordo di essere stato seduto alle prove con alcuni colleghi, ascoltando l’orchestra che suonava gli spartiti dei vari arrangiatori. A volte, quando un arrangiamento non suonava bene, discutevamo fra di noi su cosa c’era che non andava. Di solito concludevamo che l’arrangiatore in questione non aveva abbastanza conoscenze teoriche per scrivere una buona orchestrazione. E sapete cosa ci dicevamo l’un l’altro quando accadeva qualcosa del genere? “Giacomazzi non avrebbe fatto quell’errore”. Capisco che si tratta solo di un aneddoto, ma vi posso assicurare che è una storia vera! Fa vedere quanto fosse ancora rispettato quell’anziano signore. Particolarmente i suoi arrangiamenti per ottoni erano ineguagliabili. Ricordo che una volta mi capitò di dirigere un suo arrangiamento da studio per i Fratelli La Bionda, perché Giacomazzi stesso non poteva essere presente alla sessione — e naturalmente il pezzo era impeccabile, una partitura eccellente dall’inizio alla fine».

Nel 1972 Giacomazzi compì 65 anni, ma non sembrava intenzionato ad andare in pensione o a prendersi una pausa. Negli ultimi anni della sua vita, è significativa la collaborazione con Topo Gigio, Memo Remigi e Sergio Bruni. Egli arrangiò o co-arrangiò anche gli ultimi tre album solisti di Pino Donaggio prima che quest’ultimo si dedicasse alla composizione di musica per film e alla scrittura dei propri arrangiamenti. Peraltro, Giacomazzi continuò la sua collaborazione con Domenico Modugno, scrivendo l’arrangiamento per il suo ritorno a Sanremo con Questa è la mia vita (1974), diretta in questa occasione da Piero Pintucci. Un anno dopo, il vecchio Maestro contribuì ad un grande successo, scrivendo l’arrangiamento per Piange… il telefono di Modugno.


«Domenico Modugno ha senz’altro lavorato volentieri con Giacomazzi», osserva Pino Donaggio. «Perché? Beh, Modugno era un cantautore, come me. Senza dubbio portava le sue idee per l’arrangiamento. Uno vuole assicurarsi che la propria composizione abbia un suono che si adatti alla canzone. Non è che Giacomazzi fosse un uomo debole o malleabile, ma lui capiva cosa volevi che
scrivesse. Bastava una sola parola. Non era nel suo stile imporre la propria visione. Era semplicemente molto bravo a tradurre le idee degli altri in un’orchestrazione, abbinata a un modo efficiente di lavorare. Ed era così veloce! So che Giacomazzi scrisse anche molti arrangiamenti per l’orchestra di Tony De Vita; costui non era l’unico caporchestra ad affidarsi agli arrangiamenti di Giacomazzi. Quell’uomo era un esempio di affidabilità».

Si potrebbe pensare che Giacomazzi abbia continuato a lavorare e a scrivere arrangiamenti fino a un’età così avanzata perché non si era occupato della sua situazione finanziaria in precedenza, ma Pino Donaggio sottolinea che non era così. «Per nulla. Come avevo già detto, Giacomazzi possedeva una spaziosa seconda casa sulla costa della Riviera, a Sanremo. Una volta mi invitò a fargli visita, probabilmente mentre ero a Sanremo per partecipare al Festival. Non continuava a lavorare perché aveva bisogno di soldi. La musica era la sua passione! Aveva scritto arrangiamenti per tutta la vita, ed era quello che amava fare».

A Sanremo Giacomazzi preferiva la solitudine della propria casa, ma a volte si faceva vedere nel negozio di musica di Dodo Goya in via Gioberti, ritrovo di musicisti. Dodo Goya stesso era originariamente un bassista jazz. Il negozio fungeva da salotto per musicisti, professionisti e dilettanti. Spesso lì si svolgevano delle jam session improvvisate. Nelle rare occasioni in cui Giacomazzi ci capitava, tutti gli altri erano in soggezione, perché conoscevano l’impressionante traiettoria dell’uomo nel mondo della musica. Sebbene fossero tutti musicisti, solo a lui si rivolgevano con il rispettoso epiteto di Maestro.

Gli ultimi crediti con il nome di Giacomazzi in quanto arrangiatore sono del 1976: il brano Dietro l’amore appartenente all’album L’anniversario di Domenico Modugno, e una cover italiana di Oh, mein Papa, canzone di gran successo degli anni ’50 di Paul Burkhard, incisa dalla piccola star Francesca Guadagno. Nella primavera dell’anno successivo, Angelo Giacomazzi morì a Milano all’età di 69 anni, lasciando la moglie Fulvia d’Andrea.

«Purtroppo ho saputo della sua scomparsa solo mesi dopo, perché in quel periodo ero in America», ricorda Pino Donaggio. «Il poverino! Quando è morto, ho perso un amico, certamente. Non che fossimo molto vicini a livello personale, perché la nostra collaborazione era sempre incentrata sulla musica e solo sulla musica. Ma ogni volta che ci incontravamo, il nostro rapporto era intatto, un rapporto che era sempre piacevole e informale. Non abbiamo mai litigato. Lui era presente fin dall'inizio della mia carriera. Penso che mi abbia influenzato molto profondamente. In seguito, il mio lavoro principale divenne comporre e arrangiare colonne sonore. Giacomazzi fu il primo a mostrarmi come trasformare una composizione in un brano per orchestra completa. Ma prima di tutto, era un brav’uomo. Sì, una persona stupenda, un carattere meraviglioso, lui era così».


EUROFESTIVAL

All’Eurofestival di 1966, come in tutte le edizioni precedenti da quando l’evento si era tenuto per la prima volta nel 1956, l’emittente televisiva italiana RAI presentò la canzone vincitrice al Festival di Sanremo. Nel 1966 vinse Dio, come ti amo, una lirica dichiarazione d’amore con parole e musica del cantautore Domenico Modugno. Per Modugno si trattava della quarta vittoria a Sanremo, dopo Nel blu, dipinto di blu (Volare) nel 1958, Piove (Ciao, ciao, bambina) nel 1959 e Addio, addio nel 1962. Le prime due canzoni, che aveva presentato anche al Gran Premio dell’Eurocanzone – riscuotendo un successo limitato da parte dei giurati internazionali – furono grandi successi mondiali.

Nei primi anni del Festival di Sanremo, ogni canzone veniva solitamente eseguita in due differenti arrangiamenti da due artisti diversi. Nel 1962, Addio, addio di Modugno fu cantata sul palco di Sanremo anche dal tenore leggero Claudio Villa. Con grande delusione di Modugno, la Rai scelse Villa come suo rappresentante all’Eurofestival. Poiché Claudio Villa era finito nella metà inferiore della classifica alla finale internazionale dell’Eurofestival in Lussemburgo, l’irascibile Modugno fu probabilmente determinato a non permettere a un altro artista di togliergli l’opportunità di trionfare al Gran Premio del 1966.

Comunque, fu così che al Festival di Sanremo 1966, l’altra artista era Gigliola Cinquetti, la star adolescente che aveva trionfato a Sanremo e all’Eurofestival con Non ho l’età nel 1964. Data la sua simpatia e la fama internazionale recentemente conquistata, la Cinquetti sembrava la scelta più ovvia dal punto di vista commerciale, ma, come ricorda lei stessa, Modugno insistette per non essere scartato anche questa volta. Secondo la Cinquetti, Modugno semplicemente «voleva vincere tutto lui». Nel suo libro Sanremo 50, il giornalista Dario Salvatori dichiara che «Modugno si comporta con la consueta arroganza, sostenendo che solo lui, in virtù della sua notorietà internazionale, può rappresentare l’Italia».

In effetti, la Rai alla fine scelse il trentottenne Modugno come suo rappresentante per la finale dell’Eurofestival, che si sarebbe tenuta in Lussemburgo, forse per dare al celebre cantante e attore l’opportunità di raggiungere «quel successo nell’Eurocanzone che ormai insegue da anni», come riportò la rivista della stessa Rai, il Radiocorriere. A parte questo, la versione della canzone di Modugno stava riscuotendo più successo nelle classifiche italiane rispetto a quella della Cinquetti.

Domenico Modugno durante la sua interpretazione vincitrice di 'Dio, come ti amo' al Festival di San Remo del 1966

Al Festival di Sanremo Modugno eseguì il suo brano in una versione a piena orchestra, arrangiata da Giulio Libano e diretta sul palco del Festival da Nello Ciangherotti. Questa versione uscì come un singolo, ma per qualche motivo in seguito ne venne pubblicata una seconda versione completamente diversa con un arrangiamento più minimalista, che prevedeva una chitarra hawaiana o steel guitar, organo, chitarra ritmica, basso, percussioni e alcuni strumenti a fiato. Questa nuova versione fu realizzata da Angelo Giacomazzi, l’arrangiatore della casa editrice Curci a cui apparteneva Modugno. Non era certo la prima volta che Modugno lavorava con Giacomazzi. È plausibile che la loro prima collaborazione risalisse al 1961, quando Giacomazzi aveva scritto gli arrangiamenti per Rinaldo in campo, la commedia musicale di Modugno.

In accordo con la direzione della Curci, fu fatta la scelta di mandare Angelo Giacomazzi in Lussemburgo quale direttore musicale per Modugno (e non Libano o Ciangherotti), il che potrebbe essere interpretato come un segno che Modugno preferiva lavorare in Lussemburgo con il nuovo arrangiamento di Giacomazzi, anziché con la versione orchestrale presentata sul palco di Sanremo. Si racconta che, prima di intraprendere il viaggio verso Lussemburgo, Modugno avesse presentato una richiesta alla Rai per far scritturare un gruppo di musicisti che lo avrebbero accompagnato al Festival, ma, con suo gran disappunto, la richiesta era stata respinta dai responsabili dell’emittente, probabilmente per ragioni finanziarie.

Di conseguenza, per Domenico Modugno non c’era altra scelta se non quella di lavorare con l’arrangiamento orchestrale originale, o forse con una versione adattata, ma ciò rimane poco chiaro. Alla prima prova in Lussemburgo, il cantante continuò a causare problemi, poiché lamentò che l’orchestra di Jean Roderes non era riuscita a soddisfare I suoi standard di qualità. Fedele al suo stile, Modugno espresse la sua insoddisfazione in termini inequivocabili. Chiesto il permesso di lavorare con musicisti di sua scelta, sembra che Modugno abbia ricevuto una pronta reazione dal regista lussemburghese dello spettacolo, René Steichen, tramite l’interfono: «Monsieur Modugno canterà con l’orchestra, come tutti gli altri cantanti», al che Modugno avrebbe risposto, «Con queste condizioni, rifiuto di cantare. Buonasera», e andò via dal palco, lasciando ovviamente sconcertati Angelo Giacomazzi e i musicisti dell’orchestra locale.

«Ancora oggi non so cosa ci fosse di sbagliato nel modo in cui suonavamo», dice Bob Scholer, il contrabbassista dell’orchestra di Lussemburgo. «Modugno interruppe la prova con la nostra grande orchestra. All’inizio non capimmo cosa stesse succedendo. Lo vedemmo entrare in una discussione accesa con il suo direttore e con altri. Come scoprimmo presto, lui disse che non eravamo abbastanza bravi e che non avevamo suonato correttamente la sua canzone. Era piuttosto arrogante e si sentiva speciale, probabilmente a causa del successo che aveva avuto in passato con Volare. L’uomo si comportava come se fosse la star dello spettacolo. Quindi organizzò l’arrivo in aereo di musicisti dall’Italia per accompagnarlo sul palco. Eravamo piuttosto arrabbiati per il suo comportamento, tanto più perché non ricevemmo lamentele da nessuno degli altri paesi».

Il conduttore Mike Bongiorno osserva Domenico Modugno mentre si congratula con la sua collega vincitrice del Festival di Sanremo, Gigliola Cinquetti. Sullo sfondo, si intravedono i direttori d'orchestra delle due esibizioni, Gianfranco Monaldi (per la Cinquetti) e Nello Ciangherotti (per Modugno), mentre stanno per stringersi la mano.

Dopo quella prima prova, Domenico Modugno presentò un reclamo al comitato organizzatore riguardo l’orchestra, chiedendo il permesso di lavorare con i propri musicisti. È possibile che egli sottolineasse il fatto che la rappresentanza svedese aveva portato un suonatore di flauto dolce che si era esibito sul palco insieme all’orchestra, supportando il duo vocale del suo paese. Inoltre, i Paesi Bassi avevano portato due chitarristi per accompagnare il loro spettacolo, una parodia della musica messicana, ancorché questi musicisti fossero prettamente elementi scenici, mentre l’arrangiamento veniva suonato integralmente dall’orchestra di Lussemburgo.

Sebbene le regole dell’Eurovisione stabilissero che gli arrangiamenti musicali dovevano essere presentati con largo anticipo rispetto alla competizione, René Steichen e lo scrutatore dell’unione europea di radiodiffusione (UER), Clifford Brown, alla fine cedettero alla richiesta di Modugno. In fretta, furono fatte delle telefonate agli uffici della Curci a Roma. Il giorno della competizione, il membro del consiglio di amministrazione della Curci, Giuseppe Gramitto Ricci, che era anche il manager di Modugno, e due musicisti, un suonatore di chitarra hawaiana e un organista, arrivarono a Lussemburgo giusto in tempo per la prova generale. Oltre alla steel guitar e all’organo, c’era un pianoforte verticale su un pedana laterale alla sinistra di Modugno. Questo strumento, che non era presente nell’arrangiamento combinato nella versione discografica alternativa della canzone pubblicata da Modugno, fu suonato da Angelo Giacomazzi.

Il direttore musicale della rappresentanza britannica, Harry Rabinowitz, era nell’auditorium quando il tormentato rappresentante italiano e i suoi tre accoliti salirono sul palco del teatro Villa Louvigny. Con il suo inimitabile modo ironico, Rabinowitz ricordò cosa accadde dopo: «Modugno si è presentato con il suo piccolo ensemble di accompagnamento. Non vedevamo l’ora di ascoltare la sua canzone, perché Modugno era un personaggio importante. In precedenza aveva scritto Volare che fu un grande, grande successo. Potrebbe essere una minaccia per noi! Mentre era sul palco a cantare la canzone con il suo gruppo, tutti noi eravamo seduti ad ascoltare in silenzio… e lui stava ancora cantando quattro minuti e mezzo dopo! Quando finirono, il produttore uscì dicendo: “Monsieur Modugno, lei conosce le regole di questo concorso… c’è un massimo di tre minuti per brano!”. Come tutti gli altri artisti, era soggetto alle regole di tempistica. Modugno era un uomo molto alto, si elevò in tutta la sua altezza, e chiese: “Qual è la vostra proposta?”. Quando gli è stato detto che avrebbe dovuto tagliare un pezzettino per rispettare le regole del concorso, è esploso n uno scatto d’ira: “Ma cosa state dicendo? Io non taglio la mia musica per nessuna ragione!”. Poi diede un segnale ai musicisti della sua piccola band»

Continua Rabinowitz: «Essi riposero molto lentamente e delicatamente i loro strumenti, presero gli spartiti e li misero via. Uno dopo l’altro, in fila, si diressero lentamente verso la porta d’uscita della sala, che era all’estremità del teatro: dietro la porta c’era la strada. Quando arrivarono lì, all’improvviso si resero conto che nessuno stava cercando di fermarli. A quel punto arrivò un momento di assoluto anticlimax: tornarono sul palco guidati da Modugno. Questo disse: “Ok, tagliamo”, e poi continuò la prova come se nulla fosse successo! Ora tutto questo avvenne in totale silenzio; eravamo tutti seduti lì nella sala, sbalorditi. Non sapevamo cosa dire, cosa pensare o fare! Ci sembrava tutto così straordinariamente divertente. Alla fine, quando la prova fu conclusa, non potemmo fare a meno di scoppiare a ridere e applaudire».

Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti protagonisti di una rivista italiana dopo il loro successo a Sanremo

Naturalmente, anche considerando che Rabinowitz fornì il suo resoconto più di quarant’anni dopo il Gran Premio, i suoi ricordi vanno presi con le pinze, ma non c’è dubbio che l’atmosfera generale attorno alla partecipazione italiana fosse ormai davvero molto spiacevole. I ricordi del direttore d’orchestra portoghese Jorge Costa Pinto, sebbene molto meno dettagliati, confermano il racconto di Rabinowitz: «Ricordo che il cantante italiano Domenico Modugno fece una scenata terribile. Essendo una grande star, era uno dei favoriti per vincere il Festival – e il suo comportamento rifletteva questo, in senso negativo».

Si racconta che, dopo questa prova, Steichen e Brown chiesero a Modugno di tornare all’arrangiamento orchestrale originale, che rimaneva nei limiti temporali stabiliti, con il disappunto di Gramitto Ricci. «Perché mai è stato revocato al combo il permesso di esibirsi?», un giornalista dell’olandese De Volkskrant sentì il manager dire dietro le quinte. «Non ha senso. Non capiscono che tutto questo avrà un impatto negativo sul successo artistico di Domenico Modugno?».

Alla fine, l’organizzazione locale fece retromarcia una seconda volta, consentendo a Modugno di lavorare con i suoi musicisti. Non è chiaro se gli fu concesso anche il permesso di infrangere il limite di tempo. La versione che eseguì nella finale dell’Eurofestival durò 3 minuti e 19 secondi, esattamente quanto la seconda versione discografica della canzone, arrangiata da Giacomazzi. Dato che ora stava lavorando con soli tre musicisti, l’arrangiamento presentato sul palco del concorso dell’Eurovisione suonava davvero molto elementare.

Ascoltando Domenico Modugno cantare Dio, come ti amo al Gran Premio dell’Eurocanzone, Natale Massara, sassofonista e arrangiatore italiano che ha debuttato nella musica leggera negli anni ’60, commenta: «Anche a quei tempi l’arrangiamento risulta vecchio stile. Forse la scelta di lasciare tutto molto leggero è per la drammaticità del brano. Sia Giacomazzi che Ciangherotti erano grandi arrangiatori, avranno certamente di comune accordo deciso di alleggerire l’arrangiamento per far maggior effetto all’Eurofestival».

Domenico Modugno prova la sua interpretazione di "Dio, come ti amo" sul palco dell'Eurovision a Villa Louvigny, Lussemburgo. Da notare che la sezione d'archi dell'orchestra sta suonando insieme a lui, dimostrando questa foto deve essere stata scattata durante la prima prova del cantante.

Lo stesso giornalista di De Volkskrant descrisse l’esibizione di Modugno al Festival con le seguenti parole ironiche: «Oddio, se ci ha provato Modugno. Si è asciugato il sudore dal viso, ha chiuso gli occhi e si è mosso lentamente avanti e indietro, mentre il suo combo produceva il suono di una sega musicale. Il regista televisivo ha fatto ancora di più mostrando un primo piano di Modugno, mentre la sega sibilava fuori campo. Questo è stato davvero di prim’ordine. È anche ciò che affermò il dottor [Gramitto] Ricci: “Domenico è una stella sanremese di primaria grandezza, un grand’uomo, un grande artista. Domenico e il suo complesso sono eccezionali”. ‘Dio, come ti amo’ ricevette zero punti dalle giurie europee la sera di sabato scorso. Il dottor Ricci, Modugno e i suoi accompagnatori non risultavano presenti alla festa che c’è stata dopo».

La legge di Murphy si avverò: la canzone di Modugno finì in fondo alla classifica assieme a quella monegasca, entrambi senza punti della giuria. Il direttore d’orchestra finlandese della serata, Ossi Runne, vide da vicino come il cantante reagì al verdetto della giuria dietro le quinte: «Casualmente, mi sono ritrovato seduto accanto a lui dietro le quinte mentre arrivavano i voti. Mentre la sua canzone veniva ignorata da un giurato dopo l’altro, lui diventava sempre più disperato. “Non è possibile, non è possibile!” erano le parole che ripeteva più e più volte. Era un grande cantautore, ma la sua canzone in Lussemburgo era semplicemente troppo drammatica. Voleva trasmettere un’emozione profonda, ma lui esagerò. La gente rideva».

Comprensibilmente, dato quanto accaduto in precedenza, i musicisti dell’orchestra non versarono una lacrima riguardo il risultato. Come ricorda il contrabbassista Bob Scholer: «Alla fine, come dimostrarono i risultati della giuria, la sua canzone non è piaciuta a nessuno. Come capirete, quando Modugno non ottenne nemmeno un punto nella votazione ed arrivò ultimo, tutti noi musicisti dell’orchestra eravamo davvero gongolanti e soddisfatti!»

I media italiani provarono a spiegare perché Modugno non riuscì ad affascinare le giurie internazionali. «La canzone è stata presentata senza una vera melodia», come analizza un giornalista de La Stampa, riferendosi all’accompagnamento musicale minimalistico; «Oltretutto gli stranieri hanno un’idea tradizionalista della canzone italiana – vale a dire che vogliono ascoltare mandolini, una voce tenorile, note acute, una dolcezza vocale, cioè tutto quel che non si può trovare nell’interpretazione di Modugno. Alcuni sono convinti che con Gigliola Cinquetti come interprete la stessa canzone avrebbe raccolto maggiore successo». Su un altro giornale italiano fu scritto che Modugno era insoddisfatto del suo soggiorno in Lussemburgo fin dall’inizio, al punto di lamentarsi della sistemazione nell’albergo che gli era stata fornita. A quanto pare, il cantante era dell’umore giusto per litigare e bisticciare su qualsiasi cosa.

Domenico Modugno circondato da giornalisti e discografici dopo la lite del cantante con il comitato organizzatore durante la prova generale in Lussemburgo

Ripensando alla catena di eventi, il comportamento di Modugno ha tutte le caratteristiche di una trovata pubblicitaria mal congegnata. Dato che aveva inciso un arrangiamento completamente nuovo di Dio, come ti amo dopo il Festival di Sanremo, voleva a tutti i costi promuovere questa versione su un grande palco. Quale posto migliore dell’Eurofestival, con un pubblico di milioni di persone in tutta Europa che seguiva in diretta?

Non sarà mai chiaro se Modugno avrebbe ottenuto risultati migliori con la partitura orchestrale originale. La commentatrice televisiva olandese del concorso, Teddy Scholten, spiegò ai suoi spettatori quanto fosse stata bella l’interpretazione di Modugno con l’orchestra nella prima prova. Se Modugno fosse stato meno testardo, ci sarebbe stata anche la possibilità di integrare l’organo e la steel guitar del suo stesso gruppo nell’arrangiamento orchestrale. Dato che Angelo Giacomazzi aveva la reputazione di essere un arrangiatore incredibilmente rapido che sapeva come risolvere i nodi gordiani in termini musicali, qualcosa del genere sarebbe stato possibile. L’approccio conflittuale del cantante nei confronti del comitato organizzatore e dell’orchestra fornita dall’emittente lussemburghese gli ha reso impossibile tornare indietro e accettare di lavorare con l’orchestra locale.

Un altro interrogativo che rimane irrisolto riguarda ciò che Giacomazzi doveva provare mentre tutto questo accadeva intorno a lui. Nella trasmissione, lo si vede salire con un sorriso sul palco accanto a Modugno, poi camminare a grandi passi verso il pianoforte sul palco laterale. Sfortunatamente, il regista dello spettacolo René Steichen scelse di non fornire primi piani di Giacomazzi e degli altri due musicisti italiani che accompagnavano Modugno. Benché Dio, come ti amo sia stata eseguita completamente dal vivo, la canzone passa alla storia dell’Eurofestival come la prima voce senza accompagnamento orchestrale. Giacomazzi è accreditato come direttore d’orchestra della canzone, mentre in realtà era il pianista e direttore musicale di Modugno quella sera, guidando il complesso di tre elementi, incluso lui stesso.

A giudicare dalle testimonianze di altri sulla sua modestia e il suo temperamento gentile, Giacomazzi sembra aver accettato le circostanze così com’erano. Dopotutto, il discreto direttore d’orchestra, rispettato per la sua competenza musicale, non era il tipo di persona che si confronta con un ego imponente come quello di Modugno; era stato semplicemente invitato a intervenire dal suo datore di lavoro, le Edizioni Curci. Il suo sostentamento non dipendeva da questo viaggio a Lussemburgo. L’evento non sembra aver danneggiato nemmeno il suo rapporto con Modugno, dato che i due continuarono a lavorare insieme negli anni successivi. Il sodalizio si rinnovò per il Festival di Sanremo 1967, con Giacomazzi che dirigeva l’orchestra nella magnifica ballad di Modugno intitolata Sopra i tetti azzurri del mio pazzo amore. Diversi anni dopo, nel 1975, l’ultimo apporto di Giacomazzi come arrangiatore per un grande successo fu con Piange... il telefono dello stesso Modugno. Per Giacomazzi, ormai un musicista esperto cinquantottenne, l’Eurofestival del 1966 probabilmente non fu altro che un accadimento da lasciarsi alle spalle e passare al progetto musicale successivo.


ALTRI ARTISTI SU ANGELO GIACOMAZZI

Nell'articolo sopra riportato sono incluse le testimonianze di vari artisti che hanno lavorato con Giacomazzi o lo hanno conosciuto.

COINVOLGIMENTO NELL’EUROFESTIVAL ANNO PER ANNO

Paese – Italia
Titolo della canzone – «Dio, come ti amo»
Interprete️ – Domenico Modugno
Testo – Domenico Modugno
Composizione – Domenico Modugno
Arrangiamento in studio (versione per orchestra) – Giulio Libano
(Orchestra del Festival di Sanremo diretta da Nello Ciangherotti)
Arrangiamento in studio (versione combo)️Angelo Giacomazzi
Arrangiamento live – Angelo Giacomazzi
Direttore dorchestra – Angelo Giacomazzi
Classifica️ – 17° posto (0 voti)

FONTI E LINK
  • Bas Tukker fece un’intervista a Pino Donaggio riguardo Angelo Giacomazzi a luglio del 2021. Grazie a Natale Massara per avermi messo in contatto con il Maestro Donaggio
  • Anche Natale Massara ha gentilmente accettato di condividere con noi i suoi ricordi di Angelo Giacomazzi (gennaio 2021 e ottobre 2024)
  • Informazione ottenuta da interviste con altri direttori d’orchestra che facevano parte dell’Eurofestival nel 1966: Harry Rabinowitz (intervista a dicembre 2009), Ossi Runne (agosto 2015) e Jorge Costa Pinto (marzo 2018)
  • Uno scambio di mail con Bob Scholer, il contrabbassista nell’Orchestra dell’Eurofestival 1966 alla Villa Louvigny a Lussemburgo (ottobre-dicembre 2010 e novembre 2024)
  • Un articolo che approfondisce la carriera di Angelo Giacomazzi: «Angelo Giacomazzi, dallo swing a Modugno» di Freddy Colt, pubblicato ne L’Eco della Riviera n° 18, 11 maggio, 2011
  • Libro di Freddy Colt, Demo Bruzzone tra Barzizza e Giacomazzi. L’arte dell’arrangiamento musicale a Sanremo, ed. Mellophonium Broadsides: Sanremo 2022 (2a edizione)
  • Due libri dedicati alla storia del Festival di Sanremo, Sanremo 50 di Dario Salvatori (ed. RAI-ERI: Rome 2000) e Festival di Sanremo. Almanacco illustrato della Canzone Italiana di Eddy Anselmi (ed. Panini: Modena 2009).
  • Un articolo di giornale olandese su ciò che accadde nel backstage dell’Eurofestival del 1966: «Oostenrijker Jürgens wint songfestival», in De Volkskrant, 7 marzo 1966
  • Una playlist della musica di Angelo Giacomazzi si può trovare cliccando su questo link YouTube
  • Foto per gentile concessione di Nicolò Sperandei, Freddy Colt e Ferry van der Zant
  • Grazie di cuore a Robert Blinov per la traduzione italiana di questo articolo
  • Un estratto di questo articolo (parte 4) è apparito con il titolo «Modugno e Angelo Giacomazzi all’Eurovision Song Festival» nella rivista di cultura musicale The Mellophonium, n° 55, febbraio 2026, in uscita per il 76° Festival della Canzone Italiana di Sanremo

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